Uno degli aspetti della vaccinazione HPV che destano maggiore interesse nell'utenza è quella relativa ai benefici già ottenuti dai programmi organizzati. In altre parole, ci viene spesso chiesto di fornire dati su come la vaccinazione ha modificato in meglio l'incidenza della patologia legata al papillomavirus.

VLPLa messa a punto del vaccino inizia oltre 20 anni fa da una brillante intuizione della possibilità (in condizioni sperimentali) di auto-assemblamento della proteina L1. In sintesi, il self-assembling di questa proteina dava origine ad una virus-like particle, cioè un capside in tutto e per tutto identico a quello del virus naturale, ma privo di genoma.

Se hai un minuto di tempo clicca sull'immagine e guarda il video dell'auto-assemblamento di L1, elaborato alla Okinawa Institute of Science and Technology da Matthias Wolf. Questa suggestiva ricostruzione grafica indica il primo passo concreto che ha portato, attraverso un procedimento biotecnologico complesso, alla produzione del primo vaccino contro l'HPV.

La differenza tra efficacia vaccinale negli studi sperimentali e il beneficio clinico è della massima importanza. In sintesi, un conto è il risultato in termini di efficacia sperimentale prima dell'entrata in commercio dei due vaccini (cioè i dati pre-registrazione, attraverso i quali ne è stata regolamentata la messa in commercio), ed un altro conto sono i risultati nella "vita-reale", cioè a seguito dei programmi organizzati di vaccinazione (dati di post-registrazione, attraverso i quali c'è la conferma del beneficio vaccinale). Ovviamente, i due elementi sono tra loro fortemente correlati, ma il programma vaccinale (cioè di salute pubblica) deve trovare conferme in obiettivi clinici nella collettività.

Dipinto vaccinazione

In questo senso è già a disposizione una notevole mole di dati scientifici che ci indicano l'efficacia della vaccinazione. La verifica della riduzione della patologia da HPV è correlata alla rapidità con la quale, in condizioni pre-vaccinali, si manifesta una determinata malattia. In altre parole, nell'ordine cronologico la condilomatosi ano-genitale (causata quasi esclusivamente dai ceppi 6 ed 11) è la prima a manifestarsi dopo l'infezione (tra 6 e 12 mesi), e quindi è stato il primo obiettivo delle analisi di efficacia post-registrazione.

L'Australia è stato il primo Paese, a partire dal 2009, a confermare la drastica riduzione dei condilomi genitali a seguito dei programmi di vaccinazione con vaccino quadrivalente. Nell'arco degli ultimi 5 anni sono stati condotti numerosi e diversificati studi nell'area australiana (Fairley CK 200, Donovan B 2011, Read TR 2011, Ali H 2013), ed il risultato complessivo è che al momento è descritta una contrazione di oltre il 90% di questa patologia. I benefici della vaccinazione non sono stati solo a carico delle coorti vaccinate (femmine di 12 anni d'età), ma è stato dimostrato anche un effetto protettivo sui maschi coetanei eterosessuali (-40%), segno questo del cosiddetto herd-effect. In altre parole, la protezione post-vaccinale delle giovani ragazze si trasferiva anche sui loro partner, proteggendoli a loro volta dalla medesima patologia.

Risultati analoghi sono stati ottenuti in altri Paesi (purché con un'alta percentuale di adesione vaccinale), come in Danimarca, dove la condilomatosi viene definita come "virtualmente eliminata" dagli Autori dello studio (Baandrup L 2013, Blomberg M 2013). Oppure dati simili sono stati pubblicati in Svezia (Leval A 2012) o in Germania (Mikolajczyk R 2013). Analogamente, anche in Belgio (G. Dominiak-Felden 2015) viene descritta un'importante riduzione dei condilomi nelle giovani vaccinate (-72%), e di nuovo con un effetto protettivo sui maschi coetanei (-51%). In ultima analisi, la vaccinazione con vaccino quadrivalente (l'unico al momento a proteggere contro i tipi di HPV 6 ed 11) ha dimostrato di essere ovunque altamente protettivo contro la patologia condilomatosa, purché in funzione della copertura vaccinale (Mariani 2015). Peraltro, è stata riportata anche un'elevata protezione da condilomatosi nei soggetti maschili (Ali H 2013), come espressione del fenomeno di herd-immunity.

Altre conferme dell'efficacia vaccinale emergono dai dati relativi alla prevalenza di infezione (limitatamente ai genotipi vaccinali): cioè quanto si è ridotta l'infezione dai ceppi per cui i vaccini dichiarano la protezione. Ebbene, anche qui si è riscontrato, a seguito dei programmi organizzati nazionali di vaccinazione con entrambi i vaccini (bivalente e quadrivalente), una netta riduzione rispetto a quanto verificato in epoca pre-vaccinale: dal -64% dell'USA (Markowitz 2016), al -66% dell'Inghilterra al -82% dell'Australia.

Infine, altri dati di conferma arrivano in merito alla diminuzione delle lesioni pre-tumorali della cervice uterina: CIN2 e CIN3. Anche per questo obiettivo, il netto miglioramento rispetto all'epoca pre-vaccinale è dimostrato in Danimarca (sino a -80%, Baldur-Felskov 2014), USA -47%, Scozia sino a '55%.

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Da quanto emerge dai numerosi studi di verifica post-marketing (anche se sono necessarie ulteriori studi a lungo-termine) è evidente l'elevata efficacia dei vaccini contro la patologia HPV-correlata. Ovviamente, per raggiungere l'obiettivo principale, cioè la riduzione del cancro del collo dell'utero (e degli altri cancri associati a questo virus) sarà necessario attendere molti anni ancora, in virtù della lunga storia naturale (pluri-decennale) della genesi tumorale HPV-correlata. Ma dopo 10 anni dall'inizio delle campagne di vaccinazione i risultati sono decisamente incoraggianti.